Le obbligazioni zero coupon o senza cedola sono titoli di credito che assegnano al risparmiatore il diritto di avere alla scadenza un capitale di rimborso superiore a quello investito all’atto dell’emissione del titolo. Quando le obbligazioni circolavano ancora in forma cartacea, periodicamente venivano staccate in favore dell’investitore le cedole, dette anche coupon, per cui oggi si definiscono obbligazioni zero coupon quelle che non staccano alcuna cedola in favore del risparmiatore, lungo l’arco di durata dell’investimento.

Visto che’obbligazionista non riscuote un reddito durante la durata del contratto obbligazionario, il rendimento dell’operazione è determinato dalla differenza tra il prezzo finale rimborsato a scadenza e quello iniziale investito. Il primo, infatti, sarà superiore al secondo.

Generalmente, i bond senza cedola hanno una durata breve e si capisce anche il motivo. Essendo titoli che non forniscono al risparmiatore un reddito, è improbabile che questi accetti di investire, privandosi a lungo di un rendimento anche minimo sul capitale prestato. In Italia, per esempio, sono titoli senza cedola i Buoni ordinari del Tesoro, la cui scadenza dalla data di emissione è di 3, 6, 9 o 12 mesi, ma mai superiore all’anno. In realtà, esistono anche altri titoli di stato senza cedola e emessi con scadenze pluriennali. Trattasi dei CTz o Certificati del Tesoro zero coupon. Anche i privati possono emettere chiaramente obbligazioni senza cedola. Lo stesso dicasi per organismi sovranazionali, come la Banca europea per gli investimenti.

A questo punto, chiediamoci perché un investitore dovrebbe convogliare il suo risparmio su un titolo senza cedola, invece che su un bond con rendimento garantito nel corso della durata del prestito obbligazionario. Esistono, in verità, vantaggi e svantaggi in entrambe le ipotesi. Un’obbligazione senza cedola garantisce al risparmiatore un capitale a rimborso superiore a quello investito, quindi, gli consente di avere un reddito superiore a una certa scadenza.

Quando si gode di una cedola, infatti, si hanno due problemi principali: come reinvestire tale flusso di reddito e il rischio di intaccare il rendimento nel corso del tempo, finendo con l’arrivare alla scadenza con un capitale effettivo finale non superiore rispetto a quello investito. Si pensi, poi, alla situazione ancora più palese di un’obbligazione emessa sopra la pari, ossia che alla sua emissione è stata pagata dall’acquirente al di sopra del prezzo di rimborso finale. Esempio, compro un bond decennale emesso a 110, ma sarà rimborsato alla scadenza a 100. Ipotizzando che la cedola sia pari al 5% all’anno, ciò significa che nel corso del decennio, l’obbligazionista avrà diritto a un reddito pari a 5, che eventualmente reinvestirà o consumerà o deterrà su un conto bancario. Alla scadenza, però, otterrà un capitale più basso di quello investito e ciò potrebbe diventare abbastanza fastidioso, se le cedole non sono state utilizzate al meglio, negli anni. Insomma, problemi di liquidità.

Con le obbligazioni zero coupon, tali rischi non sussistono. Il risparmiatore avrà certamente diritto a un capitale maggiore di quello investito, quando il bond arriverà a scadenza, non incorrendo nella tentazione di attingere alle cedole usufruite nel tempo, ritrovandosi a corto di liquidità a una certa data. In effetti, si tratta di un investimento adatto a chi volesse trovarsi dopo X anni con un reddito di un certo livello, restando indifferente rispetto al godimento di un rendimento periodico.

Detto questo, anche le obbligazioni zero coupon comportano rischi o disagi. Immaginiamo che il risparmiatore abbia problemi di liquidità nel corso del tempo: se avesse diritto a una cedola, potrebbe attingervi per attutirli, mentre così non potrà farlo. Nel caso limite, dovrebbe essere costretto a rivendere il bond sul mercato secondario e, quindi, a disinvestire.

Per il resto, il calcolo del rendimento avviene con le stesse modalità di un’obbligazione con cedola, anzi, risulta facilitato. In questo caso, infatti, il rendimento dell’operazione di investimento è dato dalla radice di grado n della differenza tra il prezzo finale e quello di emissione del titolo, divisa per 100 e sommata ad uno. Il grado della radice è pari al numero degli anni di durata residua del titolo.

Supponiamo che il bond decennale senza cedola rimborsi alla scadenza un capitale pari a 115 e che sia stato emesso a 100. La differenza è 15, ovvero in percentuale 0,15, che sommata a 1 è 1,15. Quest’ultimo valore deve essere posto sotto la radice decima e ci da come risultato 1,01474. In altri termini, il rendimento annuo lordo del bond è di circa l’1,47%.

Se volessimo fare un calcolo più sbrigativo, dovremmo semplicemente dividere la differenza tra il prezzo di rimborso e quello investito per 100 e ulteriormente per il numero degli anni, invece che metterla sotto radice n. La ragione per cui in finanza di preferisce il primo metodo è perché la cedola, una volta incassata, può essere prontamente reinvestita, cosa che avviene raramente per il piccolo risparmiatore.