Le obbligazioni subordinate sono titoli di credito che presentano caratteristiche simili a quelle delle azioni, comportando a carico dell’obbligazionisti rischi non molto diversi da quelli a carico dei soci. Di solito, parliamo di bond emessi dalle banche, caratterizzati dal fatto che nel caso di liquidazione o fallimento della società, essi verranno rimborsati successivamente ai crediti spettanti agli obbligazionisti ordinari o detti anche senior, anche se prima degli azionisti.

Visto che, in genere, una banca non ha una disponibilità di liquidità così ampia da potere rimborsare tutti i creditori nei casi di fallimento o di liquidazione, è altamente probabile che chi abbia acquistato un bond subordinato sia costretto a subire notevoli perdite, potenzialmente fino al 100% del capitale investito, ritrovandosi con un pugno di mosche in mano, come dimostra il caso Lehman Brothers.

In considerazione del più alto rischio corso, le obbligazioni subordinate offrono rendimenti superiori a quelli ordinari. Non per questo, però, spesso il gioco vale la candela. Di fatto, essi sono assimilati parzialmente a strumenti di capitale, rappresentando in molti casi un’alternativa all’emissione di nuove azioni.

Tutte le condizioni sono riportate sul contratto obbligazionario, che si farebbe bene a leggere e rileggere prima di investire. Purtroppo, si sono verificati diversi casi di banche che hanno emesso obbligazioni subordinate con prospetti informativi poco chiari, utilizzando una terminologia inglese che ai più risulta oscura e che nasconde, in verità, più di un pericolo.

Alcune obbligazioni subordinate non hanno nemmeno una vera e propria scadenza, ma offrono all’emittente la cosiddetta opzione call, ossia la facoltà di richiamare il bond, a partire da una certa data. In genere, prima del fallimento di Lehman Brothers, le banche erano solite avvalersi di tale facoltà alla prima occasione utile, mentre in seguito hanno iniziato a mostrare un atteggiamento più rigido, non solo non esercitando l’opzione, ma avvertendo gli obbligazionisti che potrebbero incorrere in perdite sul capitale.

Non tutte le obbligazioni subordinate sono uguali. Le più rischiose sono quelle del tipo Tier I, che prevedono il rimborso privilegiato rispetto ai possessori di azioni ordinarie e di risparmio, in caso di liquidazione o fallimento, ma successivamente agli altri crediti. Inoltre, la cedola può essere cancellata in assenza di erogazione del dividendo agli azionisti.

Simili, ma meno rischiose, sono le obbligazioni del tipo Upper Tier II, che presentano una durata minima di 10 anni, ma nel caso di andamento negativo della gestione, le cedole non sono cancellate, bensì sospese. Esse saranno ripagate al primo bilancio successivo chiuso in utile. Anch’esse sono rimborsate prima delle azioni e delle obbligazioni Tier I.

Le obbligazioni Lower Tier II sono privilegiate rispetto alle precedenti, in quanto la loro cedola può essere bloccata solo in caso di grave stato di insolvenza dell’emittente. Può esserci il rimborso anticipato, ma dietro autorizzazione della Banca d’Italia. La durata del bond deve essere almeno pari a 5 anni e prevedere un rimborso anticipato con preavviso di almeno 5 anni.

Infine, le obbligazioni Tier III presentano scadenze brevi, comprese dai 2 ai 4 anni, ma nel caso di perdite, l’emittente non potrà utilizzarle per fronteggiare il rosso dei bilanci.

Come ogni altra obbligazione, anche quelle subordinate sono negoziabili sul mercato secondario, per cui non è necessario attendere fino alla scadenza per incassare il capitale. Tuttavia, va precisato che il mercato di questi bond è poco liquido, cioè è relativamente difficile acquistare e vendere tali obbligazioni, a causa dell’assenza di una domanda e offerta abbondanti. Ciò significa che, anche se si volesse, non è detto che si abbia la possibilità di rivendere il titolo ad altri privati e magari per farlo bisognerà accettare prezzi notevolmente più bassi di quelli di acquisto, subendo le relative perdite.

Se, poi, la voglia di vendere fosse motivata da uno stato di crisi grave dell’emittente, nessuno vorrà certamente caricarsi del rischio, per cui i prezzi tenderanno finanche ad azzerarsi sul mercato.

Infine, vi ricordiamo che di recente l’Italia, così come gli altri stati membri dell’Eurozona, ha recepito l’accordo noto come Unione bancaria, che costringe le banche a rivolgersi in sequenza agli azionisti, agli obbligazionisti subordinati, poi quelli senior e, infine, ai clienti risparmiatori, nel caso avessero la necessità di coprire le perdite, prima di chiedere assistenza finanziaria allo stato nazionale e in ultima istanza all’apposito Fondo europeo. I privati saranno chiamati, nel malaugurato caso di rischio crac, a coprire le perdite per un importo fino all’8% degli attivi dell’istituto.

Con ciò intendiamo segnalare che il rischio di non vedersi rimborsato il capitale investito alla scadenza potrebbe notevolmente salire per i già rischiosi bond subordinati. In realtà, va anche ammesso che la situazione finanziaria delle banche europee sembra molto migliorata rispetto agli anni passati e tra regolamentazioni più stringenti e presa di coscienza degli errori degli anni precedenti alla crisi finanziaria, la loro gestione è forse oggi improntata a una maggiore prudenza.