Le obbligazioni convertibili stanno tornando appetibili negli ultimi tempi, dopo una fase di relativa crisi, dovuta all’andamento non proprio stabile ed esaltante dei mercati finanziari. Si tratta di bond, che a differenza di quelli ordinari, assegnano all’obbligazionista il diritto di convertire tali titoli in suo possesso in azioni a una certa scadenza e a un tasso di conversione prestabilito.

Come ogni altra obbligazione, anche quelle convertibili offrono una cedola periodica, anche se in genere il rendimento complessivo tende a essere inferiore a quello offerto dai bond ordinari, per via della facoltà di conversione assegnata all’investitore. La cedola può essere a tasso fisso o variabile. In questo caso, viene garantito un tasso minimo su base annua, al quale si aggiunge un tasso extra, agganciato all’inflazione, a un indice di natura finanziaria.

Andando ad analizzare la peculiarità di questi titoli, diciamo che essi danno facoltà all’investitore di trasformare il suo rapporto con la società emittente da creditore in proprietario. Infatti, le obbligazioni sono titoli di credito, mentre le azioni sono titoli a capitale di rischio. Risulta essere chiaro che se non lo volesse, l’investitore potrà limitarsi di riscuotere il titolo alla scadenza o lo rivenderà sul mercato secondario, di fatto non avvalendosi della facoltà concessagli.

Evidentemente, la decisione sul se aderire alla conversione dipenderà essenzialmente da due fattori, dalla propensione al rischio dell’obbligazionista e dalla convenienza, sulla base dell’andamento dei prezzi delle azioni.

Infatti, dicevamo che all’atto dell’emissione di questi titoli, la società fissa il tasso al quale l’obbligazione sarebbe convertita da una certa data in poi. Il tasso di conversione determina, quindi, il prezzo di acquisto delle azioni della società medesima a una certa scadenza. Se per la data fissata, però, il prezzo delle azioni in borsa risultasse superiore, è chiaro che l’obbligazionista avrebbe la convenienza a convertire le obbligazioni, perché così facendo potrà ottenere titoli, che potrebbe anche subito rivendere al prezzo più alto vigente sul mercato, intascando la differenza, che si va a sommare al rendimento già goduto fino a quella data e offerto dalle obbligazioni.

Facciamo un esempio, la società Alpha emette obbligazioni convertibili quinquennali alla pari e con cedola 3,75% e fissa per la data X la facoltà di convertire i titoli a un tasso di 1:10. Ciò significa, quindi, che un bond acquistato a 100 euro potrà essere convertito alla data indicata in 10 azioni da 10 euro ciascuno della stessa società.

Poniamo che alla suddetta scadenza, le azioni di Alpha siano quotate a Piazza Affari a 12 euro. Ciò significa che per ogni bond convertito, l’investitore otterrà per 100 euro 10 azioni dal valore attuale di 120 euro complessivamente. Se decidesse di rivenderle subito, egli intascherebbe un margine di 20 euro o del 20%, che si andrebbe a sommare alla cedola del 3,75% staccata durante il quinquennio. Il rendimento finale sarebbe, quindi, pari al 4,75%, tenendo conto che il 20% di rendimento extra alla scadenza dovrebbe essere suddiviso per i 5 anni di durata del bond per valutarlo su base annua e ipotizzando che la conversione sia avvenuta alla scadenza del titolo.

Il caso opposto, invece, si ha quando al tasso di conversione, il prezzo delle azioni risulterebbe superiore a quello vigente sul mercato. In questa situazione, non si avrebbe una convenienza immediata ad avvalersi della conversione, ma ciò non implica che essa non dovrebbe essere realizzata, se si ritiene che il titolo sia destinato a salire in tempi ragionevoli in borsa.

La società che emette un prestito obbligazionario convertibile è tenuta a chiedere e ottenere dall’assemblea dei soci il via libera ad un aumento di capitale, pari al valore corrispondente al 100% delle azioni che potrebbero essere convertite da parte degli obbligazionisti.

Si tratta di una pratica considerata efficiente, perché tende a legare il debito alla proprietà e a rendere, quindi, potenzialmente partecipi i creditori dei risultati aziendali ottenuti, magari impiegando le risorse ottenute con il ricorso all’indebitamento.

La conversione potrebbe essere garantita non solo a una determinata data o a partire da essa, ma anche durante tutto il periodo di detenzione del titolo, anche se spesso limitatamente ad alcune finestre temporali nell’anno.

Al netto dei benefici, dobbiamo anche avvertire che le obbligazioni convertibili sono caratterizzate in molti casi da un mercato secondario relativamente poco liquido, per cui è spesso difficile rivendere il titolo prima della scadenza, in quanto molti acquirenti restano in attesa di valutare la convenienza o meno della conversione.

Attenzione a non confondere le obbligazioni convertibili con i cosiddetti co.co.bond o contingent convertible bond, i quali sono titoli convertibili all’occorrenza, traducendo letteralmente. Tuttavia, a differenza di quelle sopra spiegate, queste obbligazioni sono convertite dalla società, a sua discrezione, quando ricorrono determinati presupposti prefissati all’atto della loro emissione.

Sono bond emessi dalle banche e che spesso vengono convertiti in azioni, quando l’istituto registra una discesa dei ratios patrimoniali al di sotto di determinati livelli. Offrono una cedola alta, ma sono considerati abbastanza rischiosi. I piccoli risparmiatori dovrebbero preferibilmente tenersene alla larga.